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Visualizzazione dei post da Novembre, 2015

La matrona romana e i suoi cosmetici

La cosmesi penetrò nell’antica Roma dopo la conquista della Grecia, e ancor di più delle provincie orientali, in specie Egitto e Asia Minore. Durante l’impero – epoca su cui abbiamo più testimonianze – arrivò a Roma un fiume ininterrotto di materie prime molto pregiate e sia i cosmetici sia le cure di bellezza diventarono di uso comune contagiando in alcuni casi anche gli uomini. Nonostante la forte opposizione di coloro che sostenevano la purezza e la semplicità dei costumi degli antenati, nessuno riuscì a impedire alle matrone  di far ricorso ad unguenti, profumi, creme e belletti, soprattutto perché neanche gli uomini si sottraevano alle cure del corpo. Per distinguere le normali e salutari attenzioni al proprio fisico dalla cosmesi, i romani vollero separare il vero dal falso denominando “ars ornatrix” le pratiche, tollerate e incentivate, che si occupavano della cura  del corpo, e “ars fucatrix” il trucco ingannatore. Le testimonianze sui cosmetici che ci sono pervenute sono tutt…

Il nero, metamorfosi di un colore

Linea e stile ma anche portabilità e praticità: così Coco Chanel intendeva la sua moda, indirizzata in particolare alle donne che lavoravano fuori casa, fenomeno che si stava diffondendo proprio negli anni Venti del secolo scorso.  Sorretta da questa filosofia, nel 1926 lanciò un rivoluzionario abito nero stretto e corto, il Tubino o - alla francese - “Petite robe noire”, ispirandosi ai grembiali delle istitutrici dell’orfanotrofio in cui aveva trascorso la sua infanzia. Un abito comodo, che slanciava e poteva essere indossato da tutte, ma che suscitò scandalo perché dall’epoca della regina Vittoria non si riteneva opportuno indossare quel colore funereo al di fuori delle occasioni di lutto. Rompendo con la tradizione Chanel riportò in auge un colore (o come alcuni pensano, un non-colore) che aveva conosciuto in passato tempi di gloria senza essere necessariamente associato alla perdita di una persona cara. Il capo, nella sua versione da sera, diventerà poi popolarissimo negli anni Se…

Il mondo fluttuante di Hokusai, il vecchio pazzo per la pittura

Ukiyo, mondo della sofferenza: questo termine di origine buddhista indicava nel Giappone medievale lo stato di tutti coloro che - dolorosamente attaccati all’esistenza transitoria – ne subivano le conseguenze in un altalenare continuo di speranze e disillusioni. Ma se mentre in Occidente la meditazione sulla caducità delle cose ha dato luogo a funebri fantasie, in Oriente lo stesso tema è stato capacedi innescare commoventi e poetiche riflessioni sulla bellezza breve della vita, splendente e fragile come un fiore. Nel XVII secolo il monaco e poeta Asai Ryoi, interpretava la parola Ukiyo come “mondo fluttuante”, una sorta di filosofia del giorno per giorno: “Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sakè, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua”.…

Antonio Canova, il successo nell’arte, la sfortuna in amore

Quando nel 1757 vi nacque Antonio Canova, Possagno era un piccolo agglomerato di case situato nella zona pedemontana del Grappa, un’area costellata di cave abitata da artigiani che esercitavano il mestiere di scalpellini e tagliapietre. L’infanzia di “Tonin” – figlio appunto di un povero cavapietre - fu presto funestata dalla morte prematura del padre e dall’allontanamento della madre, che decise di risposarsi e di trasferirsi in un altro paese, lasciando l’educazione del piccolo al nonno Pasino, uomo burbero e stravagante ma anche scalpellino di una certa notorietà. Alla tenera età di sette anni Tonin aveva già la scultura nel sangue e lo dimostrò realizzando un leone in burro per una cena nella villa dei nobili Falier ad Asolo: questa precoce esibizione di bravura gli procurò l’ammirazione del potente padrone di casa che lo fece studiare prima nella bottega di Bernardo Torretti, poi visto che Antonio imparava molto in fretta, presso l’Accademia del Nudo di Venezia. Non aveva ancora …

Per la Francigena alla Porta del Cielo: il pellegrinaggio in Italia nel medioevo

Molto prima del Mille, in un’epoca che fino a non moltissimo tempo fa la storiografia considerava “buia” ma che in realtà era ricca di promesse di crescita e sviluppo, era comune vedere uomini e donne devoti che si incamminavano per strade pericolose allo scopo di raggiungere luoghi considerati sacri. Roma, Santiago di Compostela, Gerusalemme, furono le principali mete di pellegrinaggio dell’occidente cristiano nel medioevo: in particolare visitare la prima significava inginocchiarsi in adorazione davanti alla tomba di Pietro, il principe degli apostoli, considerata – come le altre due - una delle porte per accedere al Paradiso. Nell’anno del Signore 990 Sigerico - nominato da poco arcivescovo di Canterbury – compì un viaggio lungo 1600 chilometri diretto a Roma per ricevere dal Papa il pallio, una veste di lana simbolo dell’investitura. Si fermò un paio di giorni, visitò la bellezza di 23 chiese, poi se ne ripartì verso casa. Un pellegrino come gli altri si direbbe: ma ciò che ha res…

Nobiltà e miseria negli abiti veneziani del Rinascimento

In un periodo compreso tra il 1558 e il 1562, Paolo Veronese fu chiamato ad affrescare la villa dei Barbaro - una delle più importanti famiglie patrizie di Venezia – da poco costruita da Palladio sulle colline trevigiane.  All’interno della sala dell’Olimpo il pittore rappresentò Giustiniana Giustinian, moglie di Marcantonio Barbaro, con la vecchia nutrice, entrambe affacciate a un finto balcone secondo il gusto rinascimentale della prospettiva pittorica. Due donne, due classi sociali diverse, seppur unite nello stesso riquadro forse per il rapporto affettivo che legava la nobildonna all’anziana domestica; ma l’abbinamento nobiltà - servitù, fa altresì risaltare la sontuosa bellezza perlacea della Giustinian in confronto alla scura e grinzosa semplicità della sua compagna, più bassa di statura e piegata verso la padrona mentre l’altra, eretta, si presenta in tutta la sua maestà in una sala, forse non a caso, intitolata agli dei.  L’analisi dei vestiti e delle sembianze ci consegna non …

L'imperatore ha il naso a pera: parola di Arcimboldo

Spettacolari teste composte con prodotti della terra come fiori, frutti, cortecce, funghi, pannocchie; oppure realizzate incastrando tra loro molte specie di mammiferi, volatili, pesci, o componendo puzzle di oggetti come libri, lucerne, armi da fuoco: questa la produzione di Giuseppe Arcimboldo (o Arcimboldi), singolare artista lombardo di grande reputazione nel XVI secolo. Figlio di Biagio, pittore impiegato presso la Fabbrica del Duomo di Milano, si formò in un ambiente dove aveva soggiornato a lungo Leonardo da Vinci, lasciandovi in eredità l’amore per l’osservazione attenta della natura nelle sue infinite variazioni, non disgiunto dal gusto per la caricatura grottesca. Non sappiamo molto della giovanile attività di Giuseppe, se non le note lasciateci dal gesuita Paolo Morigia che lo definisce “pittore raro” e autore di “diverse bizzarrie”; il suo lavoro dovette però procurargli una certa notorietà anche fuori dalla penisola, tanto che nel 1562 partì alla volta dell’Austria su inv…