Passa ai contenuti principali

La matrona romana e i suoi cosmetici

La cosmesi penetrò nell’antica Roma dopo la conquista della Grecia, e ancor di più delle provincie orientali, in specie Egitto e Asia Minore. Durante l’impero – epoca su cui abbiamo più testimonianze – arrivò a Roma un fiume ininterrotto di materie prime molto pregiate e sia i cosmetici sia le cure di bellezza diventarono di uso comune contagiando in alcuni casi anche gli uomini. Nonostante la forte opposizione di coloro che sostenevano la purezza e la semplicità dei costumi degli antenati, nessuno riuscì a impedire alle matrone  di far ricorso ad unguenti, profumi, creme e belletti, soprattutto perché neanche gli uomini si sottraevano alle cure del corpo. Per distinguere le normali e salutari attenzioni al proprio fisico dalla cosmesi, i romani vollero separare il vero dal falso denominando “ars ornatrix” le pratiche, tollerate e incentivate, che si occupavano della cura  del corpo, e “ars fucatrix” il trucco ingannatore. Le testimonianze sui cosmetici che ci sono pervenute sono tutte di parte maschile e quasi sempre di forte critica o addirittura di satira feroce; per Sesto Properzio una donna onesta avrebbe dovuto lavarsi solo con acqua pura, mentre  il poeta Gaio Lucilio va giù pesante indirizzando i seguenti versi a  una matrona: 
“Riccioli, trucco, belletto,
cerone e denti hai comprato.
Con la stessa spesa compravi una faccia nuova”
Anche il grande medico Galeno di Pergamo, che visse e lavorò a Roma, stigmatizzò il trucco "che procura una bellezza acquistata (…) Mentre, lo scopo della cosmetica, che è parte della medicina, è quello di conservare nel corpo tutta la sua naturalezza". 
Favorevole al trucco fu Ovidio, che scrisse l’Ars amatoria tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. presentandosi come “praeceptor amoris”, ossia insegnante di erotismo e seduzione. Nel suo trattatello il poeta si rivela anche un esperto di look: ricordando anzitutto che la vita è breve e che va goduta, sollecita le giovani donne a non respingere i corteggiatori per non ritrovarsi nel loro letto vecchie e sole. Fa seguire poi una serie di consigli sull’acconciatura, il trucco, l’abbigliamento, in cui sottolinea che le cure di bellezza devono essere eseguite con la massima discrezione e rimanere  nascoste all’amante il quale non deve vedere la sua innamorata con il viso coperto di feccia di vino che “scorre e sgocciola pesante tra i due tiepidi seni”, e stigmatizza l’abitudine orripilante di applicarsi in pubblico misture a base di midollo di cerva. E’ importante invece mimetizzare i difetti del volto e del corpo anche con l’abbigliamento, mentre occorre mostrare i propri lati fisici migliori come scoprire le spalle e le gambe o giacere in modo da mettere in evidenza le curve.
In materia di cosmetici Ovidio ci ha lasciato anche un vero e proprio ricettario giunto a noi incompleto, il “Medicamina faciei femineae”. Conoscere l’arte del trucco è secondo lui indispensabile nell’epoca di Augusto e le due prescrizioni rimasteci sono chiaramente indirizzate a signore che facevano parte del mondo dorato frequentato dal poeta. Le ricette sono composte da una molteplicità di ingredienti: la crema ad azione sbiancante ne contiene addirittura 15, tra cui l’“alcioneo”, ossia guano di alcione, un uccello mitico  descritto anche da Plinio. L’uso di mescolare moltissimi componenti ritenuti miracolosi era comune anche in medicina, poiché alla base delle preparazioni non vi era una costruzione teorica quanto una sorta di “scienza” empirica, a volte giudiziosa, a volte piena di superstizioni. Le creme descritte erano costose e lunghe da preparare: se alcuni prodotti come i lupini, le fave e i finocchi erano facilmente reperibili sul suolo della penisola, l’iris dell’Illiria, il miele dell’Attica, la mirra e l’incenso erano merci  di lusso vendute a prezzi astronomici. Per arrivare al cosmetico finito ci volevano spesso alcuni giorni: operazioni come la pulitura e la macinatura di cereali, la tostatura di legumi, la lavorazione con un mortaio e un pestello, la setacciatura, dovevano essere compiute da  “giovani di braccia robuste” o da asini che giravano la mola.
Numerose testimonianze, non solo scritte ma anche figurative, raccontano la lunghissima, complessa e in taluni casi dolorosa toilette mattutina della donna benestante, attorniata e aiutata dalle sue schiave, il cui numero poteva anche essere notevole se Priscilla, moglie del senatore Valente si vantava di poter contare su un centinaio di estetiste. I romani erano mattinieri e le operazioni cominciavano alle prime luci dell’alba; la cura del corpo non avveniva secondo la sequenza odierna: lavaggio completo, cosmesi e acconciatura, ma poteva accadere che trucco e pettinatura fossero eseguiti al risveglio, rifatti al pomeriggio dopo il bagno alle terme e disfatti al momento di andare a letto. Riguardo ai materiali detergenti e in mancanza di sapone, ci si frizionava con galle, radice di saponaria, liscivia ottenuta dalla bollitura di cenere di faggio, schiuma di nitro, pietra pomice. Solo le donne ricche e potenti potevano permettersi lavacri lussuosi: Plinio racconta che Poppea, moglie di Nerone,  aveva a sua disposizione cinquecento asine per riempire la vasca da bagno, mentre col loro latte, mescolato a riso e legumi finemente macinati,  preparava una maschera che si applicava sul viso ogni sera. 
Meno costose erano altre preparazioni idratanti e nutritive come  il lomentum, a base di farina di fave o l’oesipium, un antenato della lanolina ricavato dal raschiamento del vello di pecora che Ovidio definisce una fetida e sozza spremitura. Il misogino Giovenale  detestava questi “ceroni poppeani, in cui s’invischiano le labbra del povero marito” e aggiungeva: “è una faccia questa, così mutata in maschera, sostenuta da tanti impiastri, tutta madida per gli impacchi di farina bollente, o non piuttosto un'ulcera?”
Per curare la pelle c’era un nutrito campionario di materie prime che troviamo quasi tutte elencate nella Naturalis Historia di Plinio il vecchio e che mescolate con olio, grasso di oca, di pecora e di cigno, burro, miele, uova - a cui si aggiungevano essenze profumate di rosa e mirra - servivano a rendere morbida la pelle, prevenire le rughe e a togliere macchie antiestetiche: una parte delle maschere era a base vegetale, con orzo, lupini, farina di fave, ceci e finocchio, con l’aggiunta di piante aromatiche come il rosmarino, il timo, l’origano, il basilico, la maggiorana. Altri composti di origine animale erano le api affogate nel miele, il fiele, il midollo di cervo e di capriolo e i testicoli di toro. Orripilante per noi è l’uso di escrementi: Galeno infatti magnificava le virtù di una maschera a base di sterco di coccodrillo, ma sembra che lo stesso potere schiarente avessero le feci di topo, di vitello e di asino. Esisteva anche una relazione tra la posizione degli astri e il momento dell’applicazione delle maschere: quella a base di urina d’asino ad esempio, era efficace solo al momento in cui sorgeva la costellazione del cane.
Un’importante operazione mattutina riguardava la pulizia dentale per la quale si usavano polveri abrasive: un tipo di “dentifricum” era a base di nitro, carbonato di sodio, polvere di pomice , mastice di Chio, corallo macinato; un’altra ricetta era composta di ossa, gusci di ostriche frantumati, pietra pomice triturata e mescolata con gomma arabica. Erano prodotti sbiancanti che a lungo andare rovinavano lo smalto. Per eliminare l’alito cattivo, specie dopo un’abbondante bevuta, si succhiavano pastiglie profumate o si facevano gargarismi con acque aromatiche a base di zafferano e rose di Paestum. Durante la giornata, per rimuovere i residui di cibo dopo il pasto, esisteva una sorta di stuzzicadenti multiuso che da una parte terminava con una punta da infilare in bocca, dall’altra con un cucchiaino per pulire le orecchie, funzioni entrambe eseguite in pubblico con molta disinvoltura. Quando i denti si guastavano e cominciavano a cadere si ricorreva a delle protesi che, come la cosmesi e le parrucche, erano il bersaglio preferito degli strali dei poeti satirici. Così Marziale in un epigramma famoso: 
“Tu sei a casa tua: ma in mezzo alla Suburra, Galla,
ti fai truccare, ti fai preparare i tuoi capelli finti,
i denti li metti da parte come, di notte, riponi
la veste di seta, dormi nascosta da cento vasetti,
la tua faccia non dorme con te…”
Come consiglia anche Ovidio l’operazione di toeletta successiva delle signore romane comportava la depilazione (alipilus) radicale e comprendeva anche l’eliminazione dei peli pubici, pratica dolorosa e pericolosa perché effettuata con cerette a base di pece greca, olio, resine e sostanze caustiche oppure con pinzette che servivano anche a strappare i capelli bianchi.  I prodotti di bellezza erano preparati sul momento dalle cosmetae, le schiave addette al trucco, che trituravano i vari materiali mescolandoli con saliva, meglio se di donna a digiuno.  Per prima cosa le romane si spalmavano sul volto e sulle braccia  una pericolosa crema a base di biacca che donava freschezza e candore giovanile e che si presentava in forma di pastiglie ottenute sciogliendo nell'aceto della raschiatura di piombo; la poltiglia ottenuta veniva fatta seccare e quindi pestata, setacciata e raffinata. Aggiungendo alla biacca del rosso come la schiuma di salnitro, il cinabro, la feccia di vino, l’ocra rossa, si otteneva il color carnicino, mentre le guance - come suggerisce Plinio - potevano anche essere arrossate con sterco di  toro. Si sapeva che il piombo era velenosissimo, ma non conoscendo la struttura della pelle, si ignoravano gli effetti tossici dovuti all’assorbimento attraverso i pori. Esisteva anche una cipria bianca più innocua ottenuta miscelando farina di fave e di riso con l’aggiunta di gusci di piccione triturati, mentre per aumentare l’effetto luminoso si applicavano lustrini di ematite iridescente. 
Ovidio consiglia questo genere di cosmetici affermando che l’incarnato pallido suggeriva una donna in preda alle pene d’amore, cosa che suscitava la simpatia degli altri. Un’invenzione tipicamente romana erano gli “splenia lunata”, una sorta di nei artificiali  che servivano per nascondere macchie e imperfezioni; molto diffusi tra ambo i sessi, servivano anche a nascondere antipatiche cicatrici, ed erano usati dai liberti per celare tagli e bruciature derivate dagli anni di schiavitù. 
Occhi e sopracciglia erano ripassati con un bastoncino annerito di fuliggine ricavata dai datteri bruciati, oppure si usavano l’inchiostro di seppia o lo stibium a base di antimonio che  proveniva dall’Egitto; c’era anche – ci informa Plinio - un cosmetico utilizzato dai ceti medio-bassi a base di formiche bruciate e pestate. Gli ombretti potevano essere gialli se ottenuti dal fiore di croco, verdi dalla malachite, azzurri dall’ azzurrite entrambe finemente macinate. Questi cosmetici non erano stabili come quelli odierni e l’effetto principale, specie durante i mesi caldi, era che il trucco tendeva a colare sulle guance provocando gli sberleffi degli autori satirici.  
Per le labbra si poteva scegliere tra coloranti vegetali, minerali e animali: un tipo di rossetto venefico era a base di minio - un minerale costituito da ossido misto di piombo - mentre il carminio era ricavato dalla cocciniglia, un insetto che veniva fatto disseccare e da cui si ricava un rosso di tonalità scura; un rosso molto costoso era la porpora, pigmento che si estraeva da un mollusco, il murice comune, che secerne un liquido vischioso di colore violaceo, da cui si ricavava la porpora reale, utilizzata anche per tingere i tessuti. L’effetto finale di tutte le operazioni descritte doveva essere piuttosto vistoso e ricordare una maschera teatrale, ossia tutto il contrario della semplicità predicata fin dai tempi repubblicani. Nel tardo impero l’uso degli artifici cosmetici si accentuò: l’importante era esibire la propria ricchezza cospargendosi  anche di polvere d’oro le spalle e il seno, mentre venne di moda tingersi di rosso le ginocchia, i gomiti e le piante dei piedi.
Fonti:
Jérôme Carcopino, La vita quotidiana a Roma, Editori Laterza, Roma-Bari, 2014
Alberto Angela, Una giornata nell'antica Roma. Vita quotidiana, segreti e curiosità, Mondadori, 2007
Paolo Rovesti, Alla ricerca dei cosmetici perduti, Blow Up, Marsilio, 1975
Marziale, Epigrammi, Mondadori, 1995

Commenti

Post popolari in questo blog

Nobiltà e miseria negli abiti veneziani del Rinascimento

In un periodo compreso tra il 1558 e il 1562, Paolo Veronese fu chiamato ad affrescare la villa dei Barbaro - una delle più importanti famiglie patrizie di Venezia – da poco costruita da Palladio sulle colline trevigiane.  All’interno della sala dell’Olimpo il pittore rappresentò Giustiniana Giustinian, moglie di Marcantonio Barbaro, con la vecchia nutrice, entrambe affacciate a un finto balcone secondo il gusto rinascimentale della prospettiva pittorica. Due donne, due classi sociali diverse, seppur unite nello stesso riquadro forse per il rapporto affettivo che legava la nobildonna all’anziana domestica; ma l’abbinamento nobiltà - servitù, fa altresì risaltare la sontuosa bellezza perlacea della Giustinian in confronto alla scura e grinzosa semplicità della sua compagna, più bassa di statura e piegata verso la padrona mentre l’altra, eretta, si presenta in tutta la sua maestà in una sala, forse non a caso, intitolata agli dei.  L’analisi dei vestiti e delle sembianze ci consegna non …

L'imperatore ha il naso a pera: parola di Arcimboldo

Spettacolari teste composte con prodotti della terra come fiori, frutti, cortecce, funghi, pannocchie; oppure realizzate incastrando tra loro molte specie di mammiferi, volatili, pesci, o componendo puzzle di oggetti come libri, lucerne, armi da fuoco: questa la produzione di Giuseppe Arcimboldo (o Arcimboldi), singolare artista lombardo di grande reputazione nel XVI secolo. Figlio di Biagio, pittore impiegato presso la Fabbrica del Duomo di Milano, si formò in un ambiente dove aveva soggiornato a lungo Leonardo da Vinci, lasciandovi in eredità l’amore per l’osservazione attenta della natura nelle sue infinite variazioni, non disgiunto dal gusto per la caricatura grottesca. Non sappiamo molto della giovanile attività di Giuseppe, se non le note lasciateci dal gesuita Paolo Morigia che lo definisce “pittore raro” e autore di “diverse bizzarrie”; il suo lavoro dovette però procurargli una certa notorietà anche fuori dalla penisola, tanto che nel 1562 partì alla volta dell’Austria su inv…