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Nobiltà e miseria negli abiti veneziani del Rinascimento

In un periodo compreso tra il 1558 e il 1562, Paolo Veronese fu chiamato ad affrescare la villa dei Barbaro - una delle più importanti famiglie patrizie di Venezia – da poco costruita da Palladio sulle colline trevigiane.  All’interno della sala dell’Olimpo il pittore rappresentò Giustiniana Giustinian, moglie di Marcantonio Barbaro, con la vecchia nutrice, entrambe affacciate a un finto balcone secondo il gusto rinascimentale della prospettiva pittorica. Due donne, due classi sociali diverse, seppur unite nello stesso riquadro forse per il rapporto affettivo che legava la nobildonna all’anziana domestica; ma l’abbinamento nobiltà - servitù, fa altresì risaltare la sontuosa bellezza perlacea della Giustinian in confronto alla scura e grinzosa semplicità della sua compagna, più bassa di statura e piegata verso la padrona mentre l’altra, eretta, si presenta in tutta la sua maestà in una sala, forse non a caso, intitolata agli dei. 
L’analisi dei vestiti e delle sembianze ci consegna non solo la moda veneziana della seconda metà del Cinquecento, ma anche il divario che contrassegnava l’Italia delle classi privilegiate e popolari. L’indipendenza di Venezia  e i suoi traffici mercantili con l’Oriente avevano permesso da molto tempo l’arrivo in città di merci o usanze sconosciute altrove, come quella di forarsi le orecchie per inserire orecchini a pendente, assoluta novità per quel tempo, e biasimati perché – osserva un cronista – bucavano i lobi “a guisa di more”. La Repubblica esprimeva inoltre una sua propria identità in fatto di moda femminile resistendo al contagio, proveniente dai territori confinanti dominati dalla Spagna, degli abiti irrigiditi e tesi sulla sottogonna a cerchi – la faldiglia -  chiusi alla gola dal collo a lattughe o gorgiera: i ritratti di Tiziano, del Veronese e del Tintoretto mostrano infatti signore in vesti talmente scollate che solo un velo o una reticella sembrano nascondere il seno. 
E’ questo il caso di Giustiniana Giustinian rappresentata dal Veronese con una veste azzurra dalla vita a punta, col busto aperto su un vasto décolleté e con la pancia leggermente sporgente secondo la moda del “panceron” o “falso ventre”proveniente dalla Francia.
Il tenore di vita dei veneziani del periodo era probabilmente il più elevato di tutta l’Europa, come si può notare dalle leggi Suntuarie emesse dal Senato che, con provvedimenti estremamente minuziosi, tentavano di limitare il lusso eccezion fatta per il Doge e la sua famiglia: vietati i drappi in oro e argento, i guanti ricamati in oro, limitate le pellicce di pregio e i gioielli. Concessi invece i tessuti in seta, purché in tinta unita.  Il controllo era effettuato da “Uffiziali” incaricati alla bisogna che ispezionavano le case e persino le camere delle partorienti, accoglievano e  incoraggiavano le denunce della servitù promettendo loro in cambio di incassare metà della multa. I divieti potevano essere infranti solo in occasioni particolari come la visita di sovrani stranieri: quando Enrico III di Valois visitò Venezia nel 1574, la Serenissima deliberò appunto la sospensione delle regole vestimentarie e il re fu accolto, con sua piacevole sorpresa, da duecento gentildonne in abito bianco  ricoperte di gioielli.

Importantissimi per la documentazione relativa al costume veneto del tardo Rinascimento sono le incisioni e le stampe contemporanee, spesso corredate dal testo. Tra queste opere la più ricca e completa è certamente costituita dal volume di Cesare Vecellio, pittore e cugino di Tiziano, edito nel 1590 col titolo “De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo”, una sorta di storia del costume completa di circa 400 incisioni xilografiche di abiti europei, africani e asiatici, con la descrizione e l’evoluzione nel tempo di ogni vestito senza escludere categorie, età e classi sociali. Riguardo gli abiti delle donne del popolo la loro forma era spesso dovuta sia all’intervento della legge sia alla pratica del lavoro: così sappiamo che in alcune città italiane si tentava di obbligarle all’uso di tessuti scuri che non raccolgono sporco. Non si deve dimenticare inoltre che i colori delle vesti antiche erano naturali e che il loro costo variava a seconda della rarità della materia prima e della simbologia che implicava: per fare un esempio non sarebbe stato possibile vedere addosso a una popolana lo scarlatto, tinta preziosa e adatta ai panni dei potenti.
Nelle incisioni del Vecellio le contadine portano comode gonne che mostrano la caviglia laddove le signore hanno lo strascico, la cui lunghezza poteva variare a seconda delle disponibilità di spesa: il Vecellio riserva  quello corto e meno costoso alle signore attempate e a quelle che lui chiama “dismesse”, ossia le patrizie decadute. L’artista non manca di documentare popolane coi cappelli di paglia a larghe tese, indispensabili per tutti coloro che stavano parecchio all’aperto; altro segno di divario sociale  tra umili e benestanti era costituito dalle scarpe prive di tacco, fossero pianelle, zoccoli o completamente chiuse. Sembra infatti che Venezia sia stata la città di nascita della pericolosa moda femminile dei “calcagnini”, detti in Francia “chopines”, un paio di calzature munite di suola altissima – fino a un braccio – che costringevano le signore rette su quei trampoli ad appoggiarsi a un paio di inservienti per non cadere. Non è chiara l’origine di queste curiose scarpe: secondo alcuni la strana foggia serviva per attraversare le calli e i campielli invasi  dall’acqua alta, mentre per altri erano state introdotte dai mariti gelosi per  costringere le mogli fedifraghe a stare in casa. 

Certo è che i calcagnini furono adottati con entusiasmo dalle meretrici, come testimoniano un’incisione de gli “Habiti” e una eseguita da Pietro Bertelli, autore di un altro testo sui costumi delle varie nazioni; curiosamente quest’ultimo ha nascosto la parte sottostante della figura di prostituta  sotto a un foglietto applicato sulla veste che alzandosi, mostra sia i calcagnini sia un paio di braghesse – o calzoni alla galeota – un indumento mascolino di moda a quell’epoca tra le signore italiane e ancor di più tra le cortigiane che li ritenevano uno strumento di seduzione.
Non sappiamo se Giustinana Giustinian indossasse il calcagnini, anche se non si può escludere che fosse calzata con un paio di pianelle con le zeppe, ma tornando all’affresco del Veronese ed esaminando gli abiti delle due donne, si può sottolineare il contrasto tra la veste di seta azzurra con lumeggiature in oro della patrizia e quella di lana scura della nutrice, la cui scollatura è coperta da un fazzoletto – detto a Venezia “fazuolo” – uno degli accessori caratteristici del vestire popolare femminile, che non poteva certo essere arricchito coi sontuosi colli di merletto di Burano, altra importante specialità lagunare. 
Ma oltre la ricchezza dell’abito, l’elemento che contrassegna maggiormente la differenza sociale dei personaggi è il colore della pelle e dei capelli: fin dall’epoca degli antichi egizi infatti le donne benestanti e non obbligate al lavoro all’aria aperta vennero rappresentate con pelle bianchissima, labbra rosse e guance rosate ad indicare lo stato privilegiato delle dame facoltose rispetto alle donne scure e abbronzate delle classi povere. La pelle candida spesso non era un dono di natura ma un artificio ottenuto coi cosmetici: in particolare ci si spalmava viso e scollatura con la biacca, un prodotto venefico composto di carbonato basico di piombo, utilizzato come fondo tinta fino alle soglie del XX secolo senza conoscerne bene gli effetti tossici. Celebri prototipi di bellezza femminile, le veneziane erano famose anche per i loro capelli biondo-rossi, che ottenevano esponendoli al sole per ore  e bagnandoli con la cosiddetta “bionda”, un preparato a base di acqua e cenere (la stessa liscivia con cui si lavavano i panni) guscio d’uovo, scorza d’arancio e zolfo, minerale che causava  l’ondulazione permanente dei capelli. Tuttavia la cosmesi antica non era solo tossica, ma ricorreva anche a rudimentali preparati a base di prodotti naturali: Giustiniana probabilmente dormiva come le sue concittadine applicandosi sul viso fettine crude di carne di vitella bagnate nel latte. Una maschera nutriente che certamente la grinzosa nutrice non usava.

Fonti:
Rosita Levi Pizetsky, Storia del costume in Italia, Vol.III, Istituto editoriale italiano


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