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Per la Francigena alla Porta del Cielo: il pellegrinaggio in Italia nel medioevo

Molto prima del Mille, in un’epoca che fino a non moltissimo tempo fa la storiografia considerava “buia” ma che in realtà era ricca di promesse di crescita e sviluppo, era comune vedere uomini e donne devoti che si incamminavano per strade pericolose allo scopo di raggiungere luoghi considerati sacri. Roma, Santiago di Compostela, Gerusalemme, furono le principali mete di pellegrinaggio dell’occidente cristiano nel medioevo: in particolare visitare la prima significava inginocchiarsi in adorazione davanti alla tomba di Pietro, il principe degli apostoli, considerata – come le altre due - una delle porte per accedere al Paradiso. Nell’anno del Signore 990 Sigerico - nominato da poco arcivescovo di Canterbury – compì un viaggio lungo 1600 chilometri diretto a Roma per ricevere dal Papa il pallio, una veste di lana simbolo dell’investitura. Si fermò un paio di giorni, visitò la bellezza di 23 chiese, poi se ne ripartì verso casa. Un pellegrino come gli altri si direbbe: ma ciò che ha reso importante per noi moderni il viaggio dell’arcivescovo è la stesura di un diario che costituisce la relazione più antica in nostro possesso sulla via Francigena, e che annota diligentemente le 79 tappe percorse al ritorno restituendoci così l’itinerario di coloro che dall’Inghilterra voleva recarsi nella città santa.
La via Francigena, o Francesca, o Romea (da non confondersi con l’omonima statale adriatica) non era in realtà composta da un solo tracciato, ma da una serie di strade e collegamenti che potevano variare a seconda della sicurezza del percorso (che dipendeva sia dalla stagionalità che dalla situazione politica dei territori attraversati) o a seconda dei luoghi che si volevano visitare, specie quelli santificati dalla presenza di reliquie o dove si erano verificati miracoli e meravigliose apparizioni. L’ antica viabilità consolare romana che permetteva di viaggiare facilmente in tutta l’Europa era nel medioevo in stato di grave abbandono; pertanto si erano formate nel tempo strade alternative, che sfruttavano in parte antiche vie barbariche, in parte e quando c’era, il robusto lastricato latino. 
In Italia quest’ultimo era ancora in buono stato sul passo del Gran San Bernardo, mentre da Pavia alla Toscana funzionava almeno dall’VIII secolo una strada longobarda attrezzata detta “via di monte Bardone”, un facile varco che da Parma scavalcava gli Appennini per scendere in Lunigiana. 
Il tracciato proseguiva poi verso i ducati longobardi del sud discostandosi dalla vetusta Aurelia, troppo vicina al mare ed esposta ad incursioni piratesche, e per lunghi tratti abbandonata a causa dell’impaludamento della Maremma. Dopo la venuta di Carlo Magno il percorso prese il nome definitivo di “strata Francigena” probabilmente per indicare il tragitto compiuto da coloro che provenivano dalla Francia.
L’itinerario di Sigerico, una volta attraversato il Po, toccava l’importante snodo di Piacenza e seguiva lungo vari chilometri l’antica via Emilia per giungere a Fiorenzuola d’Arda, Fidenza e Fornovo sul Taro, per parlare solo delle tappe più importanti. Berceto era una punto fondamentale del percorso Longobardo per collegare la pianura padana con la Toscana; da lì si arrivava al passo della Cisa da cui si scendeva a Pistoia, Pontremoli, Massa, Pietrasanta e Lucca. Quivi si poteva adorare il Volto Santo – tuttora esistente - un crocifisso ligneo che secondo la leggenda era stato scolpito miracolosamente dagli angeli senza alcun intervento umano. 
Proseguendo verso sud si trova la cittadina di Altopascio che non era stata ancora fondata ai tempi di Sigerico, ma che nei secoli successivi diventò sede di un importante ospedale, nome con cui nel medioevo non si indicavano strutture sanitarie, ma luoghi dove si riceveva ospitalità; dall’alta torre dell'Ospizio si diffondevano i rintocchi della “Smarrita” la campana che indicava la strada ai viandanti che si fossero persi nelle paludi circostanti. San Gimignano non aveva ancora l’aspetto turrito che l’ha caratterizzata dal Duecento, né esisteva il castello di Monteriggioni, costruito nel XIII secolo. La località meglio gestita dopo Altopascio era invece Siena dove lo “Spedale” di santa Maria della Scala, svolgeva più funzioni, dall’assistenza ai malati, all’accoglienza dei pellegrini, al ricovero dei poveri. Lasciata la città che – grazie proprio alla via Francigena - sarebbe diventata uno dei maggiori centri medievali europei, si raggiungeva San Quirico d’Orcia e da lì, passate Bolsena, Montefiascone e Sutri, si arrivava a Viterbo e finalmente a Roma. Quella del pellegrino è una tipica figura della società medievale: ricco o povero, giovane o vecchio,  sano o ammalato, a cavallo o molto più spesso a piedi, chi si muoveva da casa per intraprendere viaggi così lunghi e difficili, lo faceva sostanzialmente per pura devozione, per sciogliere un voto, per ottenere indulgenze o per scontare un peccato commesso, pena prevista non solo dai tribunali ecclesiastici ma perfino da quelli civili. Per far penitenza era importante viaggiare senza mezzi, provando la fatica del corpo, la fame e la sete, la paura dei malfattori, in modo da trasformare  il viaggio del corpo in un’ascesi, ossia in un viaggio dell’anima.
Bisognava dunque dimostrare umiltà sia nell’atteggiamento che nel vestito: un mantello con cappuccio o un cappello a falde larghe, un robusto bastone con la punta ferrata (il bordone), una bisaccia e una borraccia che venivano benedetti assieme alla persona prima di partire. La destinazione del viandante era riconoscibile dagli attributi che applicava sulla veste e sul cappello: una palma per Gerusalemme, una conchiglia per Santiago di Compostela, croci o chiavi incrociate per Roma. Dopo Sigerico - tra l’XI e il XII secolo - le strade furono integrate con stazioni di cambio, piccoli centri abitati, ospedali e castelli. 
Ciò non toglie che i pericoli fossero numerosi: bisognava guardarsi da abissi e ponti pericolanti, animali selvatici, bande di predoni che aggredivano, derubavano e bastonavano i malcapitati, ma anche da locandieri, traghettatori e gabellieri disonesti ed esosi. Si metteva in conto di rischiare la vita, al punto che era pratica comune redigere un testamento prima della partenza. Le scomodità erano infinite: i letti delle locande erano suddivisi con altri ospiti, possiamo immaginare in che condizioni igieniche; il cibo si limitava al pane e al vino (che nel medioevo costava poco), più salubre dell’acqua spesso infetta, a volte qualche verdura, mentre la carne era roba da ricchi.
Anche nel medioevo il “turismo” religioso comportava l’incetta di souvenir, che avevano lo scopo di dimostrare il raggiungimento della meta e di riportare a casa qualcosa che ne conservasse l’aura sacrale: ampolle che contenevano olio, acqua o terra presi dal luogo santo, cera delle candele che bruciavano nel santuario, e quando possibile reliquie il cui commercio era un business che sfruttava il fanatismo dei creduloni. 
Ne parla ironicamente anche il Boccaccio nel Decamerone, che descrive tra i santi oggetti in possesso di frate Cipolla, una penna persa dall’arcangelo Gabriele in casa di Maria e una cassetta coi carboni che avevano arrostito San Lorenzo.  
Tra la fine del XIV e il XV secolo la spinta al pellegrinaggio cominciò ad esaurirsi. Chi poteva cominciò a ricorrere a professionisti che, dietro una congrua ricompensa, percorrevano la strada al suo posto addossandosi le fatiche e i rischi del viaggio. Il Protestantesimo fu contrario a questa pratica perché la riteneva responsabile della compravendita delle indulgenze. A partire dal 1500 la motivazione religiosa del viaggio si trasformò in interesse culturale: iniziava l’epoca del Grand Tour e la meta finale non furono più le reliquie degli apostoli, ma le rovine maestose di Roma antica.

Fonti: 
Touring Club Italiano, La via Francigena. Le grandi vie del pellegrinaggio

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