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Le molte Beatrici di Dante Gabriel Rossetti

Confraternita: questa la parola - che ricorda le associazioni medievali di religiosi, laici, militari, dedite ad opere di carità e assistenza - scelta nel 1848 da un gruppo di artisti inglesi che volevano rifondare l'arte del periodo vittoriano che, secondo loro, aveva tradito la verità limitandosi ad imitare senza fantasia l'ideale di bellezza di Raffaello, da cui si era sviluppata l'odiata pittura accademica. I più importanti furono Dante Gabriel Rossetti, William Holman Hunt, John Everett Millais, Edward Burne-Jones, a cui si aggiunsero in seguito altri affiliati: tutti si firmavano con l'acronimo PRB (Pre-Raphaelite Brotherhood) e sono conosciuti da noi col nome di Preraffaelliti. Trovando nell'arte del medioevo e del primo rinascimento la loro fonte di ispirazione, i Preraffaelliti andarono alla ricerca della genuinità della natura – di cui vedevano l'intrinseca poesia - rifuggendo da tutto ciò che era stucchevole e convenzionale per rappresentare, come scrisse Burne-Jones: “il sogno di un mondo che non è mai esistito e mai esisterà, una terra che nessuno può riconoscere e ricordare, solo desiderare”. I loro colori brillanti (applicati su una tela rustica su cui era stato steso a mo' di affresco uno strato di bianco) erano quelli di Giotto, di Carpaccio, di Botticelli, di Filippo Lippi, la luce era intensa, le forme realistiche fino alla minuziosità.
Non erano cattolici praticanti, ma piuttosto lettori accaniti che trovavano i loro soggetti nella Bibbia, nei drammi di Shakespeare, nelle opere di Dante Alighieri, nelle poesie del Dolce stil novo, nei racconti di Artù e della tavola rotonda e nelle leggende medievali, avendo come scopo una pittura ricca di miti ed elementi simbolici, ma al tempo stesso attenta alla storia e alle tematiche sociali e patriottiche. Il loro soggetto preferito era però la rievocazione di romantiche, malinconiche e sensuali figure femminili situate in paesaggi mozzafiato, di cui il campione carismatico fu Dante Gabriel Rossetti. Primo figlio di un patriota abruzzese che aveva dovuto rifugiarsi a Londra dopo i moti carbonari di Napoli del 1820, il giovane proveniva da una famiglia di artisti: sia il padre che la madre Frances avevano avuto genitori che si dedicavano alla poesia, mentre uno zio di lei, John Polidori, in pieno revival gotico aveva raggiunto il successo con un romanzo in cui si era reinventato la figura fascinosa, aristocratica e maledetta del vampiro.
Gabriel Charles Dante o Dante Gabriel - nome con cui preferiva farsi chiamare perché secondo lui era più adatto a sottolineare il suo amore per la letteratura - aveva un temperamento passionale e pieno d'immaginazione; John Ruskin, l'importante critico inglese che aveva lanciato il gruppo, lo attribuiva alla matrice italiana della famiglia, pur sottolineandone lo spirito indagatore che a suo parere derivava dall'aver vissuto e studiato in Inghilterra. Fu un talento precoce: a sei anni scrisse la sua prima poesia (attività che non avrebbe mai abbandonato) a tredici lasciò gli studi regolari per frequentare una scuola di disegno, a diciassette passò alla Royal Academy, stancandosi quasi immediatamente della monotonia delle lezioni e della copia di modelli classici alternata a lunghe sessioni di prospettiva, e preferendo completare la sua preparazione con lezioni private. Aveva vent'anni quando espose con altri amici il suo primo olio importante, “Ecce Ancilla Domini”, un'Annunciazione in tono dimesso in cui una timida Vergine dai capelli rossi (ritratto di sua sorella Christina) si rannicchia su un lettuccio, spaventata dall'apparizione dall'angelo. L'identica scarna semplicità caratterizzava anche i lavori di Hunt e Millais che nella stessa mostra rappresentavano i sacri soggetti evangelici senza idealizzarli ma come semplici persone della “working class”; il risultato fu una bagarre in cui il più feroce tra i critici fu Charles Dickens, che diventò il loro più accesso avversario in aperto contrasto col suo essere cantore dei poveri orfanelli inglesi. Rossetti, che forse non si aspettava quelle reazioni, decise poi di non esporre più in pubblico, ma di vendere direttamente a privati.
All'inizio della carriera al romantico Dante, che non aveva un soldo in tasca e nascondeva i buchi dei suoi abiti dipingendosi la pelle sottostante, mancava oltre che il successo anche una Beatrice. La trovò un paio d'anni dopo la formazione della Confraternita in Elizabeth Eleanor Siddal, una modista povera e bellissima dotata di una fulgente massa di capelli rossi: dovette essere un colpo di fulmine perché la ragazza diventò in breve tempo la sua modella e la sua amante continuando anche a posare per altri artisti del gruppo. Era una donna creativa e intelligente che non si limitò ad assumere un atteggiamento passivo, ma volle essa stessa imparare a dipingere e a scrivere poesie. Una volta innamorato, Rossetti decise di emanciparsi dalla famiglia andando a vivere con Lizzy pur non avendo alcuna intenzione di sposarla e accampando mille scuse tutte le volte che lei glielo chiedeva. In realtà Il pittore temeva la madre e le sorelle, che non vedevano di buon occhio il matrimonio del primogenito con una donna di umili origini, spingendolo a ricercare una fidanzata possibilmente italiana e ancor meglio benestante.
Ad aggravare le cose ci si mise anche la salute di Elizabeth: forse soffriva di depressione, forse aveva una predisposizione alle malattie polmonari, sta di fatto che, posando per un quadro di John Everett Millais si ammalò. L'opera doveva rappresentare un episodio dell'Amleto, quando Ofelia, impazzita, si getta nel fiume e annega. Per copiare la sua modella Millais l'aveva fatta immergere in una vasca d'acqua riscaldata da lampade sottostanti che una volta si spensero, lasciando la ragazza a mollo nell'acqua gelida. Lei non volle lamentarsi ma si beccò una polmonite da cui non si rimise mai del tutto, curandosi col laudano, una tintura d'oppio che al tempo si trovava facilmente in commercio e che serviva come antidolorifico. 
E questi non erano gli unici problemi tra i due: con gli anni il giovane farfallone si dimostrò infedele e la tradì con Annie Miller prima e Fanny Cornforth poi, due belle donne che gli fecero da modelle: alla seconda, una bionda carnosa che col tempo sarebbe diventata la governante di casa Rossetti, l'artista dedicò – oltre che diversi disegni - un'opera importante: “Bocca baciata”, titolo tratto da una frase del Decamerone. Intanto Lizzy stava sempre peggio finché una dose eccessiva di laudano la mandò in overdose spingendo finalmente il suo uomo a sposarla, dopo quasi un decennio di convivenza. Troppo tardi: l'anno successivo la donna partorì una bimba nata morta e, non resistendo a quella vita difficile, assunse (forse volontariamente) una dose massiccia di droga, lasciando il marito disperato e travolto da troppo tardivi sensi di colpa, al punto che con un gesto teatrale decise di far seppellire le sue poesie nella bara; qualche anno dopo ci ripensò e fece riaprire la cassa per recuperarle – come in un macabro racconto di Edgard Allan Poe - trovandole avviluppate nei lunghi capelli della morta che avevano continuato a crescere.
Rossetti aveva una natura inquieta, originale, sensuale e forse morbosa, e amava troppo le donne per rimanere fedele alla memoria di Elizabeth: lei restò sempre il suo ideale femminile, ma la cosa non gli impedì di cercare altre avventure scelte tra le ragazze che dipingeva. La immortalò in un quadro “Beata Beatrix” - in cui, con gli occhi chiusi, tiene tra le mani i fiori del papavero da oppio che le vengono portati da una colomba rossa – e continuò a rappresentare bellissime donne dei tempi andati tutte caratterizzate da labbra piene, occhi grandi e foltissimi capelli, in una sorta di ripetizione quasi ossessiva del tipo fisico della moglie. Dopo la sua morte si era trasferito a Tudor House, una bella casa con un grande giardino dove aveva dato sfogo a un'altra sua passione, il collezionismo di mobili antichi, porcellane olandesi bianco-blu, bronzi cinesi, vasi riempiti di piume di pavone e ogni genere di bric-à-brac. Non era una cosa insolita per quei tempi in cui era esplosa la mania dell'esotismo, ma il massimo dell'originalità fu il serraglio di animali esotici di cui l'artista si circondò: un canguro, un armadillo, un camaleonte, vari uccelli tra cui un corvo, un allocco, e naturalmente un pappagallo parlante. Non mancava nemmeno un vombato, un piccolo marsupiale australiano che scorrazzava per la casa e dormiva sul tavolo da pranzo.
Aveva anche trovato altre modelle: utilizzò Alexa Wilding, per realizzare “Monna Vanna”, ritratto idealizzato della donna di Guido Cavalcanti, e “Venus verticordia” (che apre i cuori), un acquerello molto sensuale che scandalizzò John Ruskin, talmente rigido in quanto a morale da sopportare a malapena la vista dei nudi classici del British Museum. I due amici ruppero la relazione, mentre Dante Gabriel si perse dietro una nuova fiamma, la mora Jane Burden moglie di un suo amico, William Morris, anche lui poeta oltre che architetto e decoratore, che sapeva della storia e tacitamente diede il consenso. E' appunto lei che compare negli ultimi dipinti dell'artista come Persefone, moglie di Ade, o Astarte, la grande dea fenicia e cananea della fertilità e della guerra. Queste opere, più cupe delle precedenti, furono realizzate una decina di anni prima della morte di Rossetti. Il pittore si stava esaurendo: era depresso e soffriva di insonnia e per curarsi ingurgitava quantità notevoli di cloralio idrato, un farmaco sedativo e ipnotico che accompagnava col whisky in un cocktail micidiale che lo portò a manifestare vere e proprie forme psicogene, come la certezza che il fantasma di Lizzy venisse a trovarlo. Era inoltre convinto di essere odiato e perseguitato: dopo la pubblicazione delle sue poesie, accompagnata da una corale reazione di scandalizzato perbenismo, cercò il suicidio trangugiando un'intera bottiglia di laudano ma riuscì a sopravvivere. 
Aveva appena compiuto cinquant'anni, era ingrassato e malato e cominciò a essere soggetto ad attacchi di paralisi, causati certamente dai micidiali miscugli che ingeriva. Solo dopo la sua morte nel 1881, la bigotta società vittoriana si accorse di lui e dei suoi lavori: furono organizzate due importanti mostre antologiche e finalmente il pubblico poté apprezzarne la grandezza artistica che lui non aveva mai voluto pubblicizzare. 

Fonti:
Elizabeth Lunday, Vita segreta dei grandi artisti, Electa


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